Unité d’Habitation de Marseille

Le Corbusier

Con grande emozione lo scorso mese ho avuto la possibilità di visitare quello che forse è stato l’avvenimento architettonico moderno più importante al mondo: l’Unité d’Habitation costruita a Marsiglia tra il 1947 e il 1952.

Si tratta del primo incarico affidato a Le Corbusier dallo Stato francese: un progetto dalla gestazione difficile a causa di un’intensa campagna contraria e di una perizia che annuncia il manifestarsi di gravi malattie mentali tra i futuri inquilini (l’edificio viene battezzato la “Maison du Fada” ossia la casa del pazzo).

In linea generale l’idea di Le Corbusier era di collocare in un luogo “verde” un edificio con orientamento perfetto nord-sud (da qui l’appellativo di Cité radieuse) che potesse godere dei privilegi del luogo e quindi dell’aria, della luce, del sole e della visuale aperta sulla città.

Si tratta di un vero e proprio progetto sociale che vuole proporre un modo nuovo di concepire il rapporto tra la vita individuale e quella collettiva.

L’edificio, supportato da spessi pilotis di cui alcuni contengono la rete idrica, è stato concepito come una città giardino verticale.

La facciata, prefabbricata con elementi in cemento, è caratterizzata dalla scansione ritmica delle logge frangisole che, oltre a proteggere i fruitori degli appartamenti dagli agenti esterni, creano uno spazio “intimo” che protegge l’affaccio dalle vedute laterali e fa da filtro tra l’ambiente circostante e lo spazio interno.

Da est a ovest le strade interne consentono l’accesso al sistema degli alloggi.

Il numero complessivo degli abitanti della struttura corrisponde all’unità sociologica del villaggio e gli alloggi sono dimensionati in rapporto al numero dei suoi abitanti. Per soddisfare le differenti esigenze funzionali Le Corbusier applica il proprio sistema denominato Modulor e alterna 23 varianti tipologiche: si va dal monolocale all’appartamento per più di sei persone con soggiorno a doppia altezza e grande vetrata che occupa tutta la sua parete esterna.

I sistemi comuni sono invece collocati in parte sulla copertura dell’edificio al diciottesimo piano, che nel 2013 è diventata un museo di arte contemporanea denominato MaMo, e in parte al settimo e ottavo livello.

Secondo alcuni le idee di Le Corbusier hanno danneggiato l’architettura ma l’esempio dell’Unité è, dal mio punto di vista, ben riuscito ed è forse uno dei pochi casi di architettura moderna oggi perfettamente funzionale e vitale.

E’ vero, arrivando in Boulevard Michelet questo grande edificio di béton brut lungo 137 metri si nota eccome. E’ anche un po’ difficile riuscire a trovare l’ingresso principale, il che non è necessariamente negativo visto che la prima sensazione che ho è quella di entrare in un luogo più intimo.

In realtà però ad accogliermi non è uno spazio verde, così come lo immaginavo, ma un piazzale con tante macchine parcheggiate e un po’ di segnali di degrado e marginalità.

Individuato l’ingresso una targa ricorda che l’edificio è stato nominato monumento storico il 12 ottobre del 1995. Oltrepassata la soglia una forte emozione pervade il mio stato d’animo.

Sarà perché sono un architetto, sarà perché studio Le Corbusier da quando avevo quindici anni, ma ho avuto fin da subito l’idea che in qualche modo questa visita avrebbe cambiato qualcosa in me e che sicuramente mi avrebbe arricchito non solo professionalmente.

Fin da subito noto un gran via vai di gente: bambini felici che rientrano dopo un pomeriggio al parco, professionisti che si accingono ad accogliere i propri clienti, persone che si preparano per andare a correre ecc. Incuriosito capisco, leggendo le targhe e i nominativi degli inquilini, che la maggior parte degli appartamenti ospita per l’appunto studi professionali e scoprirò, documentandomi successivamente, che negli ultimi anni il valore degli alloggi ha avuto un incremento notevole arrivando a costare almeno quattromila euro al metro quadrato.

Entrando nella mia stanza in un attimo rivedo nella mia mente tutti gli studi fatti nel periodo universitario quando un mio caro professore di progettazione mi faceva analizzare le tipologie di alloggi codificate da Le Corbusier, assunto come modello di riferimento, nella speranza che io e i miei compagni trovassimo la chiave per interpretarle con un nuovo linguaggio.

Ovviamente la prima cosa che faccio è salire sul tetto e qui l’emozione diventa quasi incontenibile. Comincio a fotografare nella speranza di poter catturare quello spirito che aveva portato Le Corbusier ad immaginare uno spazio così articolato. Purtroppo a causa del forte vento non ho la possibilità di assistere a nessun tipo di attività, ma essendo da solo posso godere della bellezza di questo luogo e ne approfitto con piacere.

All’interno alcuni negozi, come il parrucchiere o la macelleria, oggi non ci sono più, mentre la scuola e la piscina sono ancora attive.

Con molto piacere noto che comunque l’edificio è animato da una vivace attività mondana e scopro, anche tramite il sito ufficiale “marseille-citeradieuse”, che la vita culturale è intensa e rende partecipi gli abitanti di questo sistema che, riuniti in un’associazione culturale, organizzano eventi che vanno dal teatro, al cinema, alla lettura e promuovono l’azione educativa attraverso corsi di pittura, yoga, lingua inglese e un orto condiviso.

Penso che finché non si visita non si può realmente capire lo spirito con cui Le Corbusier ha immaginato la sua Unité d’Habitation.

La mia sensazione è stata sempre positiva: ho avuto l’idea di stare bene, in un bell’edificio (e non in un “casermone” come spesso viene descritto) e in sicurezza.

Un’esperienza, che va al di là di un bel museo o di un carattere effimero e temporaneo, che mi sentirei di consigliare a chiunque provi un po’ di interesse per l’architettura.

L’Unité dura nel tempo e nonostante tutto.

Reportage pubblicato su “platform-ad” la rivista più cool di architettura e design!